Una visita fuori orario

Prima di andare dal Capo si era fermata al bar dell’ospedale a farsi un caffè doppio. Che non mi venga da piangere come l’ultima volta, aveva pensato.
Salì le due rampe di scale controllando il livello di ansia che le girava per lo stomaco e all’AVANTI entrò nello studio del dottor Zorzenoni.
Constatò che c’era anche il Vice e la qual presenza l’aveva messa in conto. Passò a spiegare il perché aveva chiesto l’incontro: ufficio decimato dalle assenze.
La Boldrin a casa con il gesso alla caviglia e sarebbe rientrata, conclusa la riabilitazione, fra un mese. La Giuliato con la sciatica (e frignona com’è, pensò) si sarebbe fatta viva a guarigione completa.
Anche lei un mesetto?
Si interrogò ad alta voce guardando prima il Vice stravaccato sulla poltrona a fianco della scrivania come se la cosa non lo riguardasse e poi il Capo che si passava il fazzoletto sulla fronte anche se l’aria condizionata non stava permettendo una sola goccia di sudore. Nessuno dei due ebbe una reazione se non assestarsi nelle loro posizioni.
La Dottoressa Nardoni approfittò di quella pausa per riordinare i pensieri. Si chiese cosa poteva ottenere da quella riunione che stava assomigliando sempre di più a un soliloquio a tre.
Pensò che doveva dire qualcosa che li smuovesse. Dovevano sentirsi toccati nelle loro debolezze. E di debolezze ne avevano tante ma non se ne rendevano conto. Due strafottenti. Il Vice, un raccomandato che aveva vinto il solito concorso truccato, dell’Ufficio Impegnative Ricoveri non gli interessava un granché. Stava ancora cercando di capire quali erano i suoi obblighi e comunque il suo pensiero era rivolta ai master che potevano favorirgli la carriera.
Il Capo, dottor Amilcare Zorzenoni, cinquant’anni con moglie e quattro figli a carico, aveva altro a cui pensare. Lo attendeva una operazione alla spina dorsale e i problemi gli giravano attorno come bazzecole che non meritavano alcuna attenzione. Non erano suoi ma degli operatori che cercavano di sfogare nel lavoro problemi familiari. Era questo che pensava sempre e anche nell’esposizione della dottoressa Nardoni leggeva piuttosto le sue difficoltà personali che le reali incombenze in cui si trovava l’ufficio da lei diretto.
Non riesco a garantire tutti gli impegni che l’Azienda Sanitaria richiede. Non posso assumermi la responsabilità di lavori che non riesco a concludere. Prendiamo i pagamenti di fine mese delle rette alle Case di Riposo. Sapete che basta un giorno di ritardo per scatenarle. E io le telefonate le devo passare a voi.
Tu Adolfo, disse rivolgendosi al Vice che aveva una mano infilata in mezzo al cavallo, e qui la dottoressa pensò tanto non trovi niente, potresti darmi una mano almeno per qualche ora al giorno fino a quando non torna Loredana dalle ferie fra dieci giorni.
Il dottor Adolfo Pescagatti sembrò sentire questa richiesta come una scossa elettrica mortale, ma resistette. Anzi con un sorriso ebete disse che si poteva fare per la settimana successiva. Prima lo sai ho il master già pagato dall’Azienda, se fosse per me…
La dottoressa guardò fuori dalla finestra e notò una grande macchia nera. Le sembrò un pipistrello. Fissò quella macchia e intravide uno sguardo cattivo, come se stesse per essere aggredita. Uccello di male augurio, pensò. Si sentì sola. Strinse i denti per respingere quella paura.
Guardò il Capo anche lui con le palpebre da uccello da presa che abbozzò un sorriso acido.
Avrei piacere che lei venisse a rendersi conto di persona delle procedure per i pagamenti che mi impegnano a tempo pieno, togliendomi da ogni altra attività.
Il Capo avvertì il colpo tanto che girò gli occhi fino a far vedere il bordo rosso che circondava la pupilla.
Non si preoccupi conosco ogni dettaglio del suo lavoro. Mi sembra che possiamo chiudere qui. La disponibilità di Adolfo può essere sufficiente per fronteggiare l’emergenza in cui si trova insabbiata.
Brutto stronzo pensò la dottoressa. Si alzò dalla sedia in cui era seduta di fronte alla scrivania, con un cenno della testa salutò e prese la via dell’uscita nel totale silenzio.
Fuori l’afa di metà luglio toglieva le forze. Dovette fermarsi un attimo sotto l’unico tiglio del vialetto per poi riprendere verso la portineria e strisciare il bedge. Erano le quindici. Poi sarebbe andata a casa a raccontare a Luigi quanto questa volta era riuscita a cantarle a quei due.
Strisciò sicura ma dopo due passi qualcosa la trattenne. Non aveva aperto la posta di giornata. Se ci fosse stato qualcosa di urgente? Quei due l’avrebbero sistemata per bene, vendicativi come sono. Fece dietro front senza ritimbrare l’entrata.
Lasciò perdere l’ascensore e fece le due rampe di scale che portano al suo ufficio. Non incrociò nessuno. Non era il pomeriggio del rientro e gli uffici erano chiusi dalle quattordici. Per un attimo avvertì paura. Se mi trovo davanti qualcuno con brutte intenzioni chi mi viene in aiuto, pensò. Fu il pensiero di un attimo perché subito dopo aveva già in mano il tagliacarte e stava aprendo le lettere, leggendole con attenzione, una alla volta.
Il silenzio era totale. Soltanto qualche clacson arrivava come un eco che si smorzava sulla finestra.
Poi avvertì un cigolio. L’ascensore. Pensò che forse qualche ufficio al terzo piano era ancora aperto e questo per un attimo la tranquillizzò.
Il cigolio si interruppe. Sentì la porta dell’ascensore aprirsi. Si alzò dalla scrivania ma prima di uscire dalla stanza si trovò davanti lui.
Manovrava lentamente la carrozzina. Vide i suoi occhi allucinati. Anche la bava alla bocca.
Cercò parole che non uscivano. Intanto la carrozzina avanzava e lei si trovò con le spalle appoggiate alla parete. Ormai lui le era addosso.
Mi volevi e io sono venuto. La voce era impastata. La pupilla dilatata, lasciava vedere soltanto il grigio.
La camicia celestina aveva due macchie di sudore sotto le ascelle che andavano ad incontrarsi all’altezza del petto.
Quando gli fu quasi addosso allungò la mano pelosa verso il seno.
La dottoressa Nardoni pensò di gridare ma non le uscì niente. Guardò sopra la scrivania. Quella maledetta posta, pensò. Vide il tagliacarte illuminato da un tiepido raggio di sole. Lo impugnò con tutta la sveltezza che si sentì in corpo e glielo infilò nella gola che in quel momento era ben esposta.
Dal foro uscì un zampillo di sangue ma la testa cadde subito in avanti.
La dottoressa non pensò ad altro che scappare via. Lasciò tutto com’era. Fece di corsa le due rampe di scale e se ne andò senza incrociare nessuno.
Erano le quindici e trenta.

Ha un’idea di che cosa ci facesse il dottor Amilcare Zorzenoni nel suo ufficio? No.
E così, dopo mezz’ora, si concluse il suo primo interrogatorio alla Centrale dei Carabinieri.



Nota dell’Autore:
Fatti e personaggi dei racconti sono il risultato di pura invenzione.

Hai paura che qualcuno ci veda?

«Ripetigli la via».
«Via? Aspetta che guardo la prenotazione».
Cecilia tira fuori dalla borsa Louis Vuitton la prenotazione.
«Merit Hotel Stadh house» dice, prendendo fiato tra una parola e l’altra.
«Ha mosso la testa» osserva Miranda sistemandosi la catena d’oro intorno al collo e allungando le gambe sotto il sedile davanti.

Olanda

«Te ne vai così».
«Sì. Puoi riposarti e non mi vedi andare avanti e indietro per la camera aspettando che ti passi in fretta, e poi, lo sai, finiamo col litigare».
«E se ho bisogno di qualcosa?».

Non siamo fatti di ferro

Erano le nove quando suonò il campanello. La signora Lisa Zerial si era alzata da mezz’ora. Avrebbe potuto alzarsi prima perché la notizia del radio giornale della sera l’aveva turbata. Annunciava la decisione del Governo di togliere le cattedre universitarie agli ebrei per darle agli ariani. La notizia la fece rabbrividire anche se lei non era di famiglia ebrea e nessuno dei suoi sarebbe potuto essere colpito da leggi razziali. Ma in quella notizia c’era lo stesso qualcosa che le fece paura. «Cominciano con gli ebrei e poi potrebbero estenderle anche alle persone sole. Perché no?»

A.L.A
Associazione Liberi Autori
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