Non sei psicanalista

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Al sabato facciamo colazione assieme. Io do le spalle alla finestra, mia moglie si siede di fronte alla cucina.
Sto sorseggiando la spremuta, pensando così di prevenire il raffreddore, quando Ada mi chiede se può raccontarmi un sogno.
Penso se anch’io ho sognato ma non mi viene in mente niente.
Faccio cenno di sì con la testa, appoggio il bicchiere sul tavolo, allungo le gambe e mi preparo all’ascolto.
Sto parlando alla mia psicanalista. Siamo sedute in una stanza dalle pareti bianche di fronte ad una scrivania. Nostra figlia è distesa nel lettino e urla. Mi alzo dalla sedia, prendo la bambina e la porto nella stanza accanto dove trovo mia madre e mia sorella. Dico loro di fare qualcosa per calmarla perché così posso tornare dalla psicanalista.
Questa, appena prendo posto, se ne va senza dire una parola.
Guardo dalla finestra. La vedo, giù dal palazzo, mal vestita, spettinata, con il volto tirato e gli occhi


cerchiati di rosso. Vicino a lei è parcheggiata una piccola auto rossa, forse una Uno.
A questo punto, Ada si alza, prende un biscotto e va verso la finestra. Io comincio a sbucciare una mela.
Mi aspetto che ritorni a sedersi. Le chiedo se vuole uno spicchio ma non mi risponde.
Sento la sua voce ripartire da dietro le spalle.
Le grido, Cosa è successo? E lei, Hanno messo una bomba a orologeria dentro il motore dell’auto. Se non viene qualcuno subito a disinnescata, salta per aria tutto. Moriremo anche noi. Lascio la stanza. Scendendo velocemente le scale e incrocio un operaio e gli chiedo aiuto per disinnescare la bomba.
Ada ritorna a sedersi e mi chiede cosa penso.
Mi viene in mente la difficoltà che ha di confrontarsi con sua madre. Penso che sua figlia è lei, arrabbiata perché si sente esclusa dall’intesa che c’è tra la mamma e la sorella.
Si tratta di gelosia, le dico.
Mi dice che questo è venuto fuori anche nell’ultima seduta, che mia mamma non parla mai direttamente con me ma sempre attraverso mia sorella.
Penso che quando glielo dico io mi risponde che non sono psicanalista. Bisogna pagare per sopportare certe risposte. Capisco. Le mie sono critiche, le parole della psicanalista sono di aiuto. E poi quello che mi ha colpito, le dico, è che ti sei fatta aiutare da un operaio. Tuo papà era un operaio.
Ehm, però lui…non ci avevo pensato. Sento che l’ho colpita.
Si. Ho sempre contato su mio papà, forse perché anche lui era escluso dall’alleanza di mia madre con mia sorella e incapace di reagire, come me.
Nel sogno non gli hai dato un ruolo importante, lo hai relegato a tuo aiutante. Forse anche verso di lui


avverti rabbia perché non sei convinta che fosse escluso come te.
Mi accorgo che sto prendendo una brutta strada e decido di fermarmi.
Penso che poteva chiamare qualcuno di più preparato a disinnescare la bomba. Poteva chiamare me, che sto faticando a scrivere racconti su storie familiari, sulle difficoltà quotidiane che possono diventare bombe che distruggono.
Forse lei ha pensato alla mia scarsa manualità. Così mi sono fatto una ragione sulla mia esclusione.
Nella stessa mattina andiamo alla Libreria Feltrinelli a Padova. Ada deve comperare un libro per nostra figlia, consigliato dalla maestra come lettura per le vacanze di Natale. Io sto guardando il reparto delle novità e lei mi viene vicino. Ti vorrei regalare un libro di racconti, che forse ti può aiutare. Va bene, dico, che libro è? Questa è l’acqua di David Foster, sai quello che si è suicidato.

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