Non sei psicanalista

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cerchiati di rosso. Vicino a lei è parcheggiata una piccola auto rossa, forse una Uno.
A questo punto, Ada si alza, prende un biscotto e va verso la finestra. Io comincio a sbucciare una mela.
Mi aspetto che ritorni a sedersi. Le chiedo se vuole uno spicchio ma non mi risponde.
Sento la sua voce ripartire da dietro le spalle.
Le grido, Cosa è successo? E lei, Hanno messo una bomba a orologeria dentro il motore dell’auto. Se non viene qualcuno subito a disinnescata, salta per aria tutto. Moriremo anche noi. Lascio la stanza. Scendendo velocemente le scale e incrocio un operaio e gli chiedo aiuto per disinnescare la bomba.
Ada ritorna a sedersi e mi chiede cosa penso.
Mi viene in mente la difficoltà che ha di confrontarsi con sua madre. Penso che sua figlia è lei, arrabbiata perché si sente esclusa dall’intesa che c’è tra la mamma e la sorella.
Si tratta di gelosia, le dico.
Mi dice che questo è venuto fuori anche nell’ultima seduta, che mia mamma non parla mai direttamente con me ma sempre attraverso mia sorella.
Penso che quando glielo dico io mi risponde che non sono psicanalista. Bisogna pagare per sopportare certe risposte. Capisco. Le mie sono critiche, le parole della psicanalista sono di aiuto. E poi quello che mi ha colpito, le dico, è che ti sei fatta aiutare da un operaio. Tuo papà era un operaio.
Ehm, però lui…non ci avevo pensato. Sento che l’ho colpita.
Si. Ho sempre contato su mio papà, forse perché anche lui era escluso dall’alleanza di mia madre con mia sorella e incapace di reagire, come me.
Nel sogno non gli hai dato un ruolo importante, lo hai relegato a tuo aiutante. Forse anche verso di lui

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