La variante al diagramma di Gabbard

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«Tesoro, hai fame?»
«Ma che domanda del piffero fai? Mi prendi in giro?»
«Senza Cerere e Bacco è l’amor debole e fiacco.»
«Ricominci! Io esco, vado in corte.»
«Tanto più t’amo quanto mi fuggi, o bello.»
«Si vabbè, stammi bene.»
Certi giorni proprio non la sopporto; se potessi, andrei di corsa al bar a prendermi una ciucca, di quelle che ti lasciano steso sul marciapiede.
È proprio vero che la sfiga è contagiosa. Si attacca come un germe e non ti molla più.
In quella giornata di aprile, con il cielo che pesava come piombo fuso, non potevo sapere a cosa andavo incontro.
Certo, tutte le avvisaglie mi erano note da un pezzo, ma stoicamente avevo sempre negato l’evidenza. Avevo sempre creduto che la sfiga fosse solo illusione, ci si convince del fatto perché sembra andare tutto storto.
Lei, mia moglie, è la disgrazia personificata. Quando ancora eravamo ragazzi, in cerca di ogni angolo buio per strusciarci, io le sussurravo le solite monotone frasi: sei l’amore della mia vita, ti amerò per sempre, senza di te sono triste; insomma quegli aforismi che fanno imbarcare.
E lei, zitta. Avesse detto, anche solo una volta, caro io sono sfortunata, le avrei stretto la mano e salutata.
Invece, muta come una tomba.
Al matrimonio il prete a momenti diventava un mega cero. La tonaca, in materiale sintetico, aveva pigliato fuoco a causa della candela sull’altare. Incidente verosimile anche se poco probabile, avevo pensato. Poi, durante il viaggio di nozze a Santo Domingo, vengo punto da un insetto che mi fa gonfiare come un dirigibile.

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