La variante al diagramma di Gabbard

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«Tesoro, hai fame?»
«Ma che domanda del piffero fai? Mi prendi in giro?»
«Senza Cerere e Bacco è l’amor debole e fiacco.»
«Ricominci! Io esco, vado in corte.»
«Tanto più t’amo quanto mi fuggi, o bello.»
«Si vabbè, stammi bene.»
Certi giorni proprio non la sopporto; se potessi, andrei di corsa al bar a prendermi una ciucca, di quelle che ti lasciano steso sul marciapiede.
È proprio vero che la sfiga è contagiosa. Si attacca come un germe e non ti molla più.
In quella giornata di aprile, con il cielo che pesava come piombo fuso, non potevo sapere a cosa andavo incontro.
Certo, tutte le avvisaglie mi erano note da un pezzo, ma stoicamente avevo sempre negato l’evidenza. Avevo sempre creduto che la sfiga fosse solo illusione, ci si convince del fatto perché sembra andare tutto storto.
Lei, mia moglie, è la disgrazia personificata. Quando ancora eravamo ragazzi, in cerca di ogni angolo buio per strusciarci, io le sussurravo le solite monotone frasi: sei l’amore della mia vita, ti amerò per sempre, senza di te sono triste; insomma quegli aforismi che fanno imbarcare.
E lei, zitta. Avesse detto, anche solo una volta, caro io sono sfortunata, le avrei stretto la mano e salutata.
Invece, muta come una tomba.
Al matrimonio il prete a momenti diventava un mega cero. La tonaca, in materiale sintetico, aveva pigliato fuoco a causa della candela sull’altare. Incidente verosimile anche se poco probabile, avevo pensato. Poi, durante il viaggio di nozze a Santo Domingo, vengo punto da un insetto che mi fa gonfiare come un dirigibile.

All’ospedale rimangono basiti, secondo il dottore l’insetto apparteneva a una specie estinta da più di un secolo.
Così, appena tornati mi confidò d’essere sfortunata. Sai, mi disse, ci sono quelli che nascono con la camicia e possiedono vagoni di fortuna, io sono stata partorita sotto una scala mentre un gatto nero passava accanto, un venerdì diciassette. E che cazzo! Esclamai.
«Tesoro!»
La sentite? Non trascorre un minuto senza che mi cerchi e spari una cazzata.
«Che cos’è un bacio? Un segreto detto sulla bocca.»
Un’ossessione senza fine.

«Professore, permesso.»
«Avanti, Ettore.»
Bravo ragazzo, instancabile studente. Un po’ rompicoglioni con le domande, ma sicuramente il più brillante del corso.
«Le ho portato la tesi finita, professore.»
«Lasciala pure sulla scrivania, Ettore. Tra una settimana te la riconsegno corretta.»
«Grazie, professore.»
Lo studente spilungone saluta e si avvia verso la porta, poi un’indecisione. Si volta verso il docente immerso nella lettura di una dispensa.
«Professore, mi sono permesso proporre una variante al diagramma di Gabbard. La trova nell’ultima pagina.»
«Sai Ettore che ogni modifica dev’essere preventivamente concordata con il relatore.»
Il ragazzo abbassa il capo mostrando l’intreccio di capelli spettinati.
«Beh, non fa niente. Siediti che la leggo.»

«Cos’è l’amore, se non un apostrofo rosa tra le parole ti amo.»
Si dice t'amo, cretina, sennò la frase non ha senso.
Lasciamo perdere, tanto è completamente persa.
Non pensiate sia sempre stato così. Una volta l’amavo.
Ricordo ancora la prima volta che l’ho vista. Lei abitava a Borgo San Giovanni, con le finestre che buttavano sulla laguna, io in una calle con la camera che si affacciava sulle cucine di un ristorante.
Mi svegliavo con il profumo del caffè e andavo a dormire con quello delle sarde fritte. Quella sera però lei era una bellezza con quel vestito bianco che faceva risaltare l’abbronzatura.
Io avevo venticinque anni lei sedici, ma come si dice: l’amore non ha età.
In discoteca l’ho invitata a ballare, poi per fare colpo mi sono scolato tre birre, due bacardi e quattro spritz. Abbiamo camminato sulla diga e ho vomitato anche l’anima.
Pensare che diventava rossa solo a guardarla; a ripensarci però non era molto ingenua quando ci siamo stesi sotto le stelle. Sapeva dove mettere le mani.
Ci siamo sposati dopo dieci mesi perché ci amavamo.
Quanto era bella il giorno del matrimonio: in abito bianco, con la grande ciocca di raso e il mazzo di rose in mano sembrava la Rossella di “Via col vento”. Attento che ti vuole accalappiare, diceva mia madre. Cerca solo di sistemarsi, diceva mio padre, ma a me non importava un fico. Lei era la mia fonte di energia. Quando il prete disse: “Amatevi gli uni con gli altri finché morte non vi separi” non credevo fosse letterale. La morte per me era così lontana e impossibile che non credevo potesse capitare a noi. Eravamo giovani e immortali.
Il primo anno di matrimonio fu irripetibile, se escludiamo: un piede slogato, un braccio rotto, due bruciature e una lavanda gastrica.
Poi, si sa come vanno le cose.
Io sempre fuori, lei a casa che si svaccava lentamente. Lo ammetto, un po’ l’ho trascurata, ma dovevo pur lavorare per mantenere le sue voglie. D’inverno fragole, d’estate asparagi, in primavera castagne. Senza considerare la mania per gli elettrodomestici: lavastoviglie, lavatrice, forno elettrico a microonde ventilato. E ancora: televisione, radio stereo, tritatutto, tritaghiaccio, tritacarne, frulli vari.
Eppoi, in confidenza, solo rimanendo lontano non ero influenzato dalla sua sfiga inumana.

Il professore sfoglia le duecento pagine distrattamente. È una buona tesi, non le solite scopiazzature di chi ha fretta di chiudere con l’università. Ci ha messo il cuore il ragazzo, pensa il docente mentre apre il manoscritto sul capitolo dodici intitolato: “ La variabile al diagramma di Gabbard”. Non era stato concordato preventivamente.
La stanza è illuminata da una finestra che butta sul cortile due piani sotto. I vetri sono spessi un dito e non lasciano filtrare alcun rumore dall’esterno, così nell’ufficio c’è un silenzio quasi assoluto. Quasi, perché Ettore è seduto e batte il tallone del piede destro sul pavimento. Guarda il vecchio professore che ha calcato bene gli occhiali, fino a quel momento in bilico sulla punta del naso, e pensa ai dieci mesi trascorsi in biblioteca alla ricerca di materiale per la tesi. Si era arrabbiato, demoralizzato, esaltato, nel sogno aveva ucciso venti volte il suo tutore e altrettante lo aveva mitizzato. Finalmente però l’aveva terminata. Per poco non ci aveva rimesso un dito con la taglierina, quindi nel suo caso era vero il detto: sputare anima e sangue.

«Tesoro, amare significa non dire mai mi dispiace.»
Fate finta di niente, poi smette.
Sapete che mi manca? Andar per mare.
Alzarmi che ancora è buio, fare una signora colazione con latte fumante e pane sbriciolato dentro. Uscire presto, prima che lei apra gli occhi; passare sotto il capitello della Madonna della Navicella e segnarmi, perché lo spirito dev’essere coltivato. Noi, gente di mare, siamo fedeli; solo così possiamo affrontare le stramberie del tempo.
Salutare il leone marciano e maledire i veneziani. Dicono di noi che siamo i fratelli poveri. Che cavolata pazzesca. Provate a guardare Venezia dall’alto: assomiglia a una sogliola presa all’amo.
Osservate ora Chioggia con tutte le calli che partono da una lisca centrale. Noi siamo lo scheletro che tiene i muscoli eretti di un pesce spiaggiato da secoli.
Supero il ponte Vigo, costeggio le fondamenta San Domenico e mi fermo con gli amici di sempre al bar d’angolo per una sambuca, perché anche le budella vogliono la loro parte.
E finalmente imbarcarmi sul peschereccio.
È tutto mio, sapete. L’ho chiamato “bigolo”, e a prua ci ho fatto disegnare la vergine che punta il dito verso il largo.
Perché pescare per me, è come il vino nella santa messa: vitale.
Il peschereccio è con tanti altri ormeggiati lungo la sponda, ma il mio è speciale.
Ho dipinto lo scafo di azzurro cielo, gli alberi di giallo e la cabina di rosso amaranto. Il disegno della vergine che punta il dito verso l’orizzonte l’ha fatto un amico, il Bicio, che quando è sobrio – in verità poche volte, perché per la maggiore è in bilico tra sogno e realtà - fa dei disegni pazzeschi.
Un giorno, che non ricordo quando, mia moglie scoprì i baci perugina, di quelli con le nocciole tritate e la dedica inserita, e le ciacole di corte.
Ogni pomeriggio la trovavo seduta a gambe aperte su una sedia sghemba con le altre donne che se la raccontavano. In grembo, una manciata di baci e carte argentate tutt’attorno.
Smettila, le dicevo, ti può far male tutta quella cioccolata. Lei, facendo spallucce, rispondeva che la sua amica Ines le aveva detto che dipendeva dalla mancanza di affetto. Così in pochi anni era diventata grassa come la chiglia di un bragozzo arenato sulla spiaggia. Ma io la amavo.
Mi manca il sapore di una sigaretta. Quel caldo impalpabile che scende lentamente in gola e riempie per un attimo i polmoni. Mi piaceva fare la bocca a culo di gallina e vedere le ciambelle di fumo che si alzavano piano.

“Nel cielo ci sono circa 100.000 detriti spaziali lasciati nel corso di tutte le spedizioni degli ultimi cinquant’anni. Molti di essi, a contatto con l’atmosfera terrestre si disintegrano creando l’effetto delle stelle cadenti; tuttavia, considerando che solo il 10% di questi possa avere un diametro abbastanza ampio da impattare con il suolo, saremo alla presenza di 10.000 pezzi pericolosi.
Quando uno di questi pezzi arriva, distrugge un’area diciamo di un metro quadro e quindi 10.000 metri quadrati a rischio impatto su una superficie terrestre di 100 mila miliardi di metri quadrati. Il rischio associato alla morte di una persona è dunque il rapporto uno su dieci miliardi. Se moltiplichiamo il rischio individuale per i sei miliardi di abitanti del pianeta, la probabilità risulta di uno su due.”
Fin qua tutto normale, soliti calcoli di qualche cervelloide di scienziato della Nasa. Nulla di strano, poi i soliti grafici che tracciano il diagramma di Gabbard con le altitudini del perigeo e apogeo dei singoli frammenti spaziali, le orbite e la previsione temporale del loro avvicinamento alla terra.
Sto perdendo tempo e pazienza, pensa il docente.
Il ragazzo tiene le gambe accavallate e dondola nervosamente quella che sta sopra.

«L’amore non è bello se non è litigarello.»
Quella mattina di Aprile stavo uscendo con le prime luci dell’alba. Una carezza a mia moglie, occupata a ingurgitare il quinto bacio e esco da casa. Non potete neppure immaginare cosa vuol dire sfortuna. Io l’ho conosciuta con mia moglie e vi assicuro che è peggio di un pestone sul callo del piede.
Appena fuori un gabbiano mi scagazza sulla spalla.
Mica un colombo, troppo nobile e riservato ai signori veneziani.
Torno dentro e succede il fattaccio.
Quel pezzo di satellite russo, grande come una boccia, cade sulla casa, uccidendo all’istante me e mia moglie.
Non credete alle baggianate che vi raccontano sul paradiso.
La vita dopo la morte? Un inferno.
Non è piacevole ripetere all’infinito l’ultimo istante prima di morire.
L’ho chiesto pure al capo, un giorno che aveva la luna buona.
«Ma tu che puoi tutto, non potevi far cadere quel pezzo di metallo nella laguna? Nessuno si faceva male e io continuavo a onorarti.»
«Io,» disse in tono solenne, «guardo il risultato, non il particolare.»
«E cosa vuol dire?»
«Immagina di dover mantecare un risotto agli asparagi, mica ti soffermi se un chicco si spezza. Assaggi, aggiusti di sale, spolverizzi di parmigiano e alla fine ti gusti il piatto pronto.»
Ecco, per lui ero un chicco di riso. Di nessuna importanza.

“Tuttavia, l’ipotesi d’essere colpito da un frammento spaziale è soggetta a una variabile che non è mai stata considerata influente: il magnetismo degli elettrodomestici.
Sappiamo che ogni macchina produce una seppure minima attrazione magnetica che diventa considerevole se aumenta il numero degli apparecchi elettrici concentrati in uno spazio esiguo. Negli ultimi anni in ogni casa ci sono un forno a microonde, un televisore, un computer, due e più telefoni cellulari, lavatrice, lavastoviglie, impianto stereo. Se moltiplichiamo tutti gli apparecchi in funzione esistenti in una città, possiamo supporre che i metalli che cadono sulla terra saranno più facilmente attratti verso zone abitate.”
Teoria interessante, un po’ raffazzonata, ma credibile. Credo proprio che gli chiederò se vuole diventare ricercatore. Intanto questa la porto al congresso del prossimo mese sulle orbite geostazionarie dei satelliti.
Il docente chiude il manoscritto, guarda il ragazzo che si sta tormentando la pellicina di un’unghia.
Fuori è calata la sera e luci arancioni illuminano il cortile della scuola.
«Interessante deduzione signor Scarpa. Certo che nella sua relazione manca un fattore che non ha considerato.»
Ettore diventa rosso in viso, i pensieri corrono veloci e balzano da un grafico a una formula. Non riesce a capire dove ha sbagliato.
Poi vede per la prima volta il professore sorridere.
«Parlo della fortuna signor Scarpa. O come dite voi del fattore “c”. Bisogna essere veramente sfortunati a essere colpiti con tutto lo spazio vuoto che esiste sulla terra.»
Il ragazzo abbozza un sorriso e il decano pensa che sarà un ricercatore diligente.

«Ogni bacio chiama un altro bacio.»
Io ero credente. Credevo in Gesù e nella Madonna, nei Santi e nello Spirito Santo. Quando don Beppe parlava del paradiso io lo immaginavo come un mare infinito dove navigavo con il mio peschereccio. In compagnia degli amici e di un buon spritz.
Neppure una bestemmia posso dire. Una sana, poderosa, liberatoria bestemmia. Gridata a squarciagola, a pieni polmoni, magari cantata con voce da tenore. Una di quelle che fanno girare gli angeli, i santi e vergognare la Vergine Maria.
Gliel’ho detto al capo, mica mi sono risparmiato: «In fin dei conti non è forse tua la prima imprecazione della storia? Quando dicesti a Noè che avresti eliminato dalla terra l’uomo perché ti eri pentito di averlo creato. Ripudiare il proprio figlio è peggio di un’imprecazione rivolta a un cielo senza volto.»
Che caspita poteva farmi? Tanto l'inferno non esiste.
«Io sono il Signore Dio tuo; non avrai altro Dio all’infuori di me.»
E con questo, pensi di cavartela? Troppo semplice creare e disfare a tuo piacimento.
Invece, c’è pure il fantasma del gabbiano scagazzone.
Pensate, rimanere svegli per l’eternità, entrare e uscire da casa mille volte al giorno per sempre. Neppure la libertà di sognare.
«E lo chiami paradiso questo?», chiesi un giorno al Signore Diotuo.
«A ognuno quello che si merita.», disse con voce tonante.
«E io merito un’eternità di cacche sulla spalla e una balena di moglie neppure troppo giusta, con la cioccolata al posto del cervello?»
«Ti ho donato una cosa che ogni uomo ti potrà invidiare per l’eternità: l’amore.»
Lo guardo, ci penso un attimo, poi sorridendo gli dico: «troppo poco.»

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