La variante al diagramma di Gabbard

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«Parlo della fortuna signor Scarpa. O come dite voi del fattore “c”. Bisogna essere veramente sfortunati a essere colpiti con tutto lo spazio vuoto che esiste sulla terra.»
Il ragazzo abbozza un sorriso e il decano pensa che sarà un ricercatore diligente.

«Ogni bacio chiama un altro bacio.»
Io ero credente. Credevo in Gesù e nella Madonna, nei Santi e nello Spirito Santo. Quando don Beppe parlava del paradiso io lo immaginavo come un mare infinito dove navigavo con il mio peschereccio. In compagnia degli amici e di un buon spritz.
Neppure una bestemmia posso dire. Una sana, poderosa, liberatoria bestemmia. Gridata a squarciagola, a pieni polmoni, magari cantata con voce da tenore. Una di quelle che fanno girare gli angeli, i santi e vergognare la Vergine Maria.
Gliel’ho detto al capo, mica mi sono risparmiato: «In fin dei conti non è forse tua la prima imprecazione della storia? Quando dicesti a Noè che avresti eliminato dalla terra l’uomo perché ti eri pentito di averlo creato. Ripudiare il proprio figlio è peggio di un’imprecazione rivolta a un cielo senza volto.»
Che caspita poteva farmi? Tanto l'inferno non esiste.
«Io sono il Signore Dio tuo; non avrai altro Dio all’infuori di me.»
E con questo, pensi di cavartela? Troppo semplice creare e disfare a tuo piacimento.
Invece, c’è pure il fantasma del gabbiano scagazzone.
Pensate, rimanere svegli per l’eternità, entrare e uscire da casa mille volte al giorno per sempre. Neppure la libertà di sognare.
«E lo chiami paradiso questo?», chiesi un giorno al Signore Diotuo.
«A ognuno quello che si merita.», disse con voce tonante.
«E io merito un’eternità di cacche sulla spalla e una balena di moglie neppure troppo giusta, con la cioccolata al posto del cervello?»
«Ti ho donato una cosa che ogni uomo ti potrà invidiare per l’eternità: l’amore.»
Lo guardo, ci penso un attimo, poi sorridendo gli dico: «troppo poco.»

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