Dal libro Adele Zara, 2014

Perché un libro su Adele Zara (pagine 13 e 14)
Quattro volontà, tre specifiche e una generale, hanno motivato la preparazione del libro: a) il tributo ad Adele Zara cittadina di Mira per oltre sessant’anni, «Giusta tra le Nazioni» dal 1996 per avere salvato la famiglia ebraica Levi durante le persecuzioni nazi-fasciste del 1943-1945; b) la divulgazione di un esempio di virtù civiche, offerto ai giovani concittadini di Adele e alle giovani generazioni tutte, in occasione del settantesimo anniversario dei tragici e dolorosi avvenimenti del secondo semestre del 1943, in particolare gli arresti e la deportazione degli ebrei dal Ghetto di Venezia e l’arrivo a Oriago di Mira della famiglia Levi, in fuga da Trieste; c) la comprensione delle ragioni di una scelta consapevole e coraggiosa di salvazione in una situazione difficile e pericolosa dal punto di vista sociale, politico e militare; d) la riflessione non solo sulla responsabilità e le colpe di chi è stato coevo di quelle vicende ma anche sulla responsabilità di chi è nato dopo quella tragedia, sulla responsabilità della società e delle istituzioni dell’Italia repubblicana nei confronti delle comunità ebraiche perseguitate dal fascismo monarchico, prima, e dal fascismo repubblichino e collaborazionista, poi.

Inquadrando la vicenda individuale di Adele Zara, nel contesto storico generale del biennio 1943-1945, e analizzando la memoria collettiva della persecuzione e della salvazione degli ebrei sedimentatasi nella società e nelle istituzioni italiane, dal 1945 ai giorni nostri, è apparso evidente che gli stessi fatti sono stati osservati spesso con filtri distorcenti e, nel trascorrere degli anni, con prismi diversi. Per quanto riguarda i filtri, è necessario sgomberare il campo dal vacuo e pervicace luogo comune degli «Italiani brava gente» (cfr. Dal Boca, 2005; Focardi, 2013), mantenere fermo il giudizio sulla reale natura, sulla crudeltà e sugli effetti della persecuzione antisemita attuata dal fascismo (Flores et al., 2010), rigettare la considerazione che le leggi razziali fasciste e le conseguenti persecuzioni siano una pagina deplorevole, ma marginale, la cui gravità è minima rispetto ai campi di sterminio nazisti, contrastare la tendenza alla rimozione di questa pagina vergognosa dalla coscienza collettiva degli italiani (cfr. Galante Garrone, 1988; Ventura, 1995, 2013). Per quanto riguarda i prismi, seguendo la lezione di Liliana Picciotto (2002, 2006), si può affermare che vi è stata una definita tripartizione temporale: dapprima ha prevalso la cultura della Resistenza, delle ragioni della guerra di Liberazione nazionale, per cui «la Shoah è stata invisibile alla società italiana» (Selmin, 2011). «La enfatizzazione delle esperienze e dei meriti della Resistenza [...] finiva per coprire tutti gli spazi della memoria» (Collotti, 2006); in un secondo tempo, vi è stata la cultura della testimonianza della vittima, ivi compreso il salvato; in un terzo tempo, più recentemente, si è affermata la valorizzazione di atti di solidarietà e di giustizia, anche i più piccoli. Il numero dei «Giusti tra le Nazioni» era, infatti, di 142 italiani nel 1990; è poi aumentato rapidamente dalla metà degli anni Novanta, a cinquant’anni dallo svolgimento dei fatti (cfr. Paldiel, 2001; Ben Horin, 2006) quasi vincendo il timore dei salvati di non avere fatto abbastanza per diffondere la storia dei salvatori (cfr. Rumiz, 1996); dal 2005 al primo gennaio 2013, il numero degli italiani dichiarati «Giusti tra le Nazioni» è ulteriormente aumentato, da 387 a 563 (database Yad Vashem). ...

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