Dal libro 25 aprile, 2015

Il mio 25 aprile (pagine 25-30)
La festa del 25 aprile e stata per me una primaverile vacanza scolastica fino all’età di 18 anni. Avevo capito che era una data che segnava in modo definitivo la fine della guerra in Italia nel 1945, una guerra che per me bambino era la grande stanza dell’ufficio “Danni di guerra” del Genio Civile di Chieti, dove lavorava mio padre: quell’ufficio conteneva tanti classificatori con le pratiche relative a quasi tutti i centoquattro comuni della provincia di Chieti, che, ho scoperto più tardi, erano a sud o a nord della linea del fronte e della linea Gustav tra il settembre 1943 e il giugno 1944 (cfr. Franceschelli, 2006). Negli anni della mia adolescenza il 25 aprile non era stato mai un’occasione di festa, di commemorazione o di celebrazione; a Chieti c’erano due separate manifestazioni, come e accaduto in gran parte d’Italia fino alla fine degli anni Sessanta (Ballone, 1997): c’era la celebrazione partigiana, con bandiere, musica e discorsi, ovvero la festa dell’opposizione, del PCI, e c’era la commemorazione istituzionale, caratterizzata dal silenzio, dal raccoglimento e dalla deposizione di corone, dove il rito religioso era un costante corollario; io non partecipavo ne all’una ne all’altra.

In ambito familiare e in ambito scolastico non mi era stato descritto o suggerito il significato fattuale e simbolico di quella data; la tradizione orale dei venti mesi della guerra di liberazione da parte dei miei genitori era lontana dall’agiografia resistenziale, era in senso stretto una memoria afascista (Chiarini, 2006) o anti-antifascista (Pallotta, 1972) della liberazione.

Il 25 aprile ere privo di significato per mia madre che viveva a Serino, in provincia di Avellino, a meno di trenta chilometri a nord di Salerno: diciannovenne si era trovata improvvisamente nell’“area di guerra” di Kesserling, nelle immediate retrovie del fronte dopo lo sbarco alleato a Salerno (9 settembre 1943). Evacuata a meta del mese di settembre e riparata con la famiglia in una galleria ferroviaria nei pressi di Solofra, aveva subito il violentissimo passaggio del fronte verso Napoli, sia la ritirata tedesca che l’avanzata alleata. ≪Per tutto settembre le città e i paesi che si trovavano tra il golfo di Salerno e le linee di fortificazione che i tedeschi andavano costruendo, lungo le strade che avrebbero visto la ritirata della Wehrmacht e l’avanzata della V Armata, furono flagellati da bombardamenti continui≫ (Gribaudi, 2005). Secondo un paradigma generale che si ripetera nei mesi successivi fino all’irrigidimento del fronte lungo la linea Gustav, le violenze sui civili e la distruzione dei centri abitati e delle infrastrutture furono contemporaneamente o sequenzialmente opera delle truppe alleate che avanzavano e delle truppe tedesche che si ritiravano facendo terra bruciata (Gribaudi, 2005; Di Fiore, 2012; Dentoni Litta, 2014). Tra il 22 e il 25 settembre 1943, aviogetti della 12a Forza aerea americana si impegnarono in pesanti e ripetuti bombardamenti tattici contro infrastrutture locali nonche truppe, batterie e posizioni fortificate tedesche a Serino14 (cfr. Carter e Mueller, 1991), prima dello sfondamento operato dalla 5a armata nel settore di Avellino (Craven e Cate, 1983). Tornando in paese il 29 settembre, i serinesi trovarono case distrutte dalle mine tedesche, tra cui, sia pure parzialmente, quella dei mie nonni, ed edifici bombardati dagli Alleati. Esauritasi rapidamente la guerra guerreggiata, mia madre aveva sperimentato il lascito di fame, sofferenze, lutti e distruzioni che precedevano e seguivano la distribuzione di cioccolata, sigarette e chewing-gum da parte dei soldati americani accolti con giubilo e fiori dalla popolazione liberata. Anche a Serino l’immagine del soldato alleato portatore di pace, del soldato alleato liberatore resto impressa e fu tramandata mentre scomparve, se mai si era formata, quella dell’aviatore alleato senza volto che aveva fino a pochi giorni prima seminato distruzione e morte dall’aria (cfr. Gribaudi, 2005).

Né il 25 aprile significava molto per mio padre. Prima di essere richiamato alle armi il 2 agosto 194215, aveva sperimentato dal luglio 1941 la fase notturna dei bombardamenti aerei inglesi su Napoli nella cui Università frequentava i corsi di Ingegneria; ventitreenne sottotenente di complemento di prima nomina nel 2° Reggimento Genio15 di stanza a Casale Monferrato (Al) dal 6 settembre 1943, si sbando 2 giorni dopo e attese alla macchia, nelle campagne tra Novara e Vercelli, la sconfitta a suo dire inevitabile dell’esercito tedesco e l’arrivo delle truppe alleate. ≪Vi furono in Italia quelli che stettero a vedere; i milioni che non si pronunciarono e che si rimpiattarono nelle cantine morali dell’attesismo e dell’opportunismo≫ secondo il severo giudizio di Salvadori (1974). Devo ammettere che i racconti di mio padre, a distanza di decenni, rendevano icasticamente l’atmosfera o almeno una parte dell’atmosfera che avvolgeva all’8 settembre ≪...l’Italia e i reparti militari: il silenzio, il silenzio della morale, della ragione, della volontà; [...] l’Italia sconfitta...≫ che ≪...non reagisce e non pensa alla ribellione, ma si rifugia nell’attesa dei liberatori anglo-americani≫ (Oliva, 2013). All’indomani dell’8 settembre 1943, nell’Italia divisa e lacerata per nessuno era facile scegliere da che parte stare; a maggior ragione era difficile scegliere da che parte stare per i giovani cresciuti nel ventennio fascista. Non casualmente Pavone (1991) dedica l’intero primo capitolo del suo fondamentale libro alla “scelta”. Nuto Revelli, reduce della campagna di Russia come ufficiale della Divisione alpina Tridentina e poi partigiano combattente di Giustizia e Liberta, ha significativamente annotato (1979): ≪Senza la Russia, all’8 settembre, mi sarei nascosto come un cane malato. Se nella notte del 25 luglio mi fossi fatto picchiare, oggi forse sarei dall’altra parte. Mi spaventano quelli che dicono di aver sempre capito tutto, che continuano a capire tutto. Capire l’8 settembre non era facile!≫. Mio padre non scelse esplicitamente, come la maggioranza degli italiani dell’Italia occupata dai tedeschi, tra fascismo e antifascismo, ingrosso le fila dell’assai eterogenea e impropriamente detta area grigia, né resistente né collaborazionista (cfr. Pavone, 1991; Oliva, 2004, 2013), ma non meno esposta ai pericoli quotidiani e continui, a volte mortali, della guerra totale (Lepre, 2003). Per uno sbandato/renitente c’erano anche i rischi della delazione (Franzinelli, 2012; Cairoli, 2013) e dei rastrellamenti: dopo il fallimento del primo bando emanato da Graziani il 9 novembre 1943, ci fu un progressivo inasprimento che culmino con il bando del 18 febbraio 1944 che decretava la pena di morte per i renitenti alla leva della RSI e per i disertori. Mio padre sopravvisse nelle maglie della generosa rete creata da quell’ampio e spontaneo movimento di Resistenza civile (Pavone, 1991; Semelin, 1993; Picciotto, 2006), la ≪...grande ed essenziale retroguardia morale≫ (Leone, 1975), che si sviluppo dopo l’8 settembre dentro quella medesima area grigia, ≪capace di accogliere migliaia di profughi, sfollati, prigionieri di guerra alleati fuggiti dai campi di internamento, soldati sbandati, giovani renitenti alla leva della RSI, antifascisti ricercati, partigiani, ebrei in clandestinità≫ (Volpe e Carpinetti, 2014; cfr. Amendola, 1976). All’indomani della liberazione, mio padre lasciò Novara su una bicicletta rubata, raggiunse Roma dopo 22 giorni – diventati leggendari nel lessico familiare –, quindi, con vari mezzi Paternopoli, il suo paese natale in Irpinia. Qui ebbe modo di partecipare all’effimera esperienza politica post-bellica del Fronte dell’Uomo Qualunque, un movimento anti-antifascista (Pallotta, 1972), che della classe politica antifascista, e quindi dei suoi simboli, non aveva alcuna considerazione.

A 25 anni di distanza dalla fine della guerra, in famiglia e a scuola, almeno dai miei docenti del liceo, il messaggio legato al 25 aprile era di non guardare al passato che divide, di stendere un velo di oblio sul passato e sulle sofferenze che lo avevano caratterizzato – ≪...il popolo vuole dimenticare Cefalonia, Salerno le Fosse Ardeatine e tutte le tremende cose che non devono essere cinematografate≫ (Salviucci, 1946) –, di guardare con concretezza e fiducia al presente e al futuro. Ero immerso in ≪...quell’Italia che alla lotta di liberazione non aveva partecipato, [...] che aveva rifiutato il fascismo senza per questo abbracciare l’antifascismo...≫ (Chiarini, 2006). Il mio caso personale e familiare non e forse statisticamente significativo, ma e acclarato che dopo il 1945 la massa dei cittadini, e tra questi i miei futuri genitori – a differenza delle minoranze e elites politiche coinvolte nella Resistenza –, tese a rimuovere la guerra per immergersi in una dimensione di normalità per costruire il proprio avvenire individuale. ≪Se ci si trattiene sul terreno dei comportamenti di massa, si nota come la volontà di dimenticare la guerra appena terminata si traduca in un’ossessione che presenta aspetti di un’intensità paradossale≫ (Lanaro, 1992).

A partire dal 1974, successivamente alla mia iscrizione alla sezione universitaria del PCI, per tutti gli anni della militanza attiva nel PCI e coevi dei miei studi universitari a Padova, la intensa e spesso gioiosa manifestazione del 25 aprile e divenuta la festività civile più importante – anzi l’unica essendo allora quelle del 2 giugno e del 4 novembre per ragioni diverse assai meno sentite –. La festa della Liberazione (con la L maiuscola) dal nazifascismo veniva associata al ricordo del ruolo svolto dal movimento della Resistenza, del ruolo preponderante delle formazioni partigiane garibaldine e del ruolo guida del PCI nella Resistenza presentata come un movimento di massa, una manifestazione corale di popolo (cfr. Battaglia, 1953; Longo, 1975). ≪Senza i comunisti [...] la Resistenza non ci sarebbe stata, [...] la resistenza al fascismo prima della guerra di liberazione, durante la guerra di liberazione ed immediatamente dopo, e stata quella che e stata per la parte dirigente assunta in essa dalla classe operaia, dei suoi partiti avanzati...≫ (Togliatti, 1950a). Nel biennio 1943-1945 alla Liberazione avevano partecipato indubitabilmente le formazioni partigiane – il contributo militare e di sangue era innegabile – fino alle giornate dell’insurrezione nazionale del 25 aprile 1945. Quella data segnava non solo la Liberazione ma anche l’inizio del cammino verso l’Assemblea Costituente, il referendum Monarchia/Repubblica del giugno 1946 e verso la Costituzione repubblicana del 1948. Un filo politico e ideale legava la fine del fascismo in Italia con la nascita della Repubblica democratica e antifascista. In quegli anni Settanta, poi, segnati dalla violenza terroristica delle Brigate rosse e dalla violenza diffusa dell’Autonomia operaia, il nostro attivo ruolo, personale e politico, di difensori dell’ordine democratico e costituzionale contro l’eversione (Volpe, 2013) trovava linfa vitale nella memoria del 25 aprile, nella tenace immedesimazione e condivisione dei principi costituzionali scaturiti dal movimento resistenziale.

Nelle celebrazioni cui ho partecipato dal 1974 in poi ed anche in quelle cui ho portato il saluto in quanto Sindaco di Mira, una sola e rigida memoria veniva proposta e reiterata: la memoria della Resistenza e dei Resistenti. Per quattro anni, dal 1994 al 1997, e quindi anche nel 1995 (vedi Appendice 1) cinquantesimo anniversario della liberazione, ho parlato dal palco del 25 aprile. I miei interventi – a parte spunti che riecheggiavano temi del dibattito del tempo, per esempio la buona fede dei ragazzi di Salo, i ≪frammenti di verità≫ (Pavone, 1991) che portarono alcuni alla scelta della fedeltà all’alleanza con i tedeschi (cfr. Scoppola, 1995), la memoria del popolo tedesco ecc. – erano focalizzati sull’antinomia fascismo-antifascismo e sul periodo successivo all’8 settembre 1943 dopo l’occupazione militare tedesca. Tutte le argomentazioni erano e sono valide sul ruolo ideale e morale della Resistenza (cfr. Amendola, 1976; Vianello, 2013): appaiono pero evidenti, come indicato nel precedente § 2.1 e nei commenti dell’Appendice 1, l’ipertrofia del ruolo della Resistenza, la scotomizzazione di altri non irrilevanti attori e protagonisti – le forze armate alleate e i reparti del ricostituito regio Esercito –, i silenzi, le omissioni e le rimozioni della memoria ufficiale da me proposta.

Sceso dal palco delle autorità, ho continuato a partecipare alle celebrazioni del 25 aprile fermo nel convincimento della relazione tra Resistenza, liberazione e Costituzione repubblicana e della natura fondativa e identitaria del 25 aprile per la Repubblica. Negli ultimi venti anni, apertisi molti archivi e scomparsa la dicotomia dovuta alla guerra fredda con i suoi condizionamenti profondi nel vissuto dei militanti del PCI, rimossa quindi la lente deformante della ideologia, la mia lettura del 25 aprile e lentamente diventata più complessa e completa, si e allontanata dalla semplice antinomia moralistica e politico-ideologica fascismo-antifascismo, dalla consolidata narrazione antifascista, dalla mia ≪narrazione egemonica≫ (Focardi, 2005). Solo da quattro anni, con un ritardo sicuramente frutto dell’enfasi data alla Resistenza e alle vittime del nazifascismo, ho cominciato a rendere omaggio ai caduti dell’8a Armata britannica che riposano in due cimiteri di guerra del Commonwealth a sud della linea Gustav, in Abruzzo. Come ha ricordato il Presedente Ciampi (2005) non dobbiamo dimenticare ≪i soldati alleati, venuti da tutti i continenti per liberare, a costo di perdite immense, tutti i popoli europei dalla feroce tirannide nazifascista≫: ricordo, quindi, i soldati alleati che hanno combattuto per la liberazione dell’Italia, i soldati alleati caduti per la liberazione dell’Italia; anche i soldati alleati che hanno bombardato in lungo e in largo l’Italia per la sua liberazione?

Commenti   

0 #1 maurizio angelini 2016-07-17 13:35
E così sei tornato alle origini; all' afascismo di tanta parte della società meridionale, specialmente della nostra piccola borghesia di dipendenti pubblici, che costituì la base di massa dell'Uomo Qualunque di Giannini.
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